• 16
    Feb
    , by Alex

Se non sbaglio, oggi è domenica 16 febbraio. Arriviamo da tre giorni di intensa attività. Il 14 siamo usciti ad attrezzare nuovamente la cascata del Khumbu , sono state 9 ore di lavoro, duro ma appassionante. Di ritorno al campo base, riposiamo solo poche ore e partiamo di nuovo. Alle 2.15 a.m. del 15 febbraio Pechhumbe, Geljen Lama, Nurbu, Oscar ed io eravamo in piedi. Partiamo per Campo 2 in una bella notte, nervosi ed un poco assonnati, molto carichi, ma a buon ritmo. Camminiamo sotto una luna calante che tinge la valle di una luce magica; non riesco a smettere di fare foto. Penso che siamo dei privilegiati.

Quando attraversiamo Campo 1, carichiamo anche qualche altra cosa. Oscar va come un treno, sorridente e potente; è un ragazzo molto forte. Tuttavia, molto vicino a Campo 2, a solo 1 km, il suo ritmo cambia completamente. Smette di coordinare, si sente male, dolorante ... Mi rendo conto che potrebbe soffrire di edema grave. Dobbiamo prendere delle decisioni: ci dicono che, prima di tutto, si deve essere forti e coraggiosi, e scendere con le proprie gambe, ma la verità è che, nel suo stato, affrontare la cascata del Khumbu potrebbe essere letale. Chiedo a Sergio e Diego, che aspettano al campo base, la loro opinione, e dico loro che non ce lo vedo Oscar, nello stato attuale, a scendere in doppia, con uno zaino, dai seracchi della cascata. Ce la giochiamo, chiedendo un elicottero per la mattina successiva, sperando che Oscar resista una notte a Campo 2, perché l'altra opzione sarebbe metterlo tra le crepe dei seracchi, rischiando un bivacco in pieno inverno, il che potrebbe essere pericolosissimo. Tutti siamo spaventati e penso "Cazzo, per favore, fa che rimanga solo uno spavento ...".

Mi carico a spalla il suo zaino ed il mio, e all'improvviso mi viene in mente una canzone: : “suela de alpargata”, una bella canzone che non ha nulla a che fare con la situazione che stiamo vivendo , ma che parla di quando i tempi erano davvero difficili e arrendersi significava morire. Dopotutto, siamo qui per piacere ... Ma in ogni caso mi motiva e mi aiuta a pensare chiaramente e combattere. Siamo finalmente arrivati a Campo 2, da dove abbiamo chiamato Antonio Cid, un medico amico di Oscar che mi dà istruzioni concrete su come prendersi cura di Oscar e quali farmaci somministrargli. Fortunatamente, in un dato momento il suo forte organismo inizia a reagire. Oltre ad essere una grande persona, Oscar è un pompiere di professione e questo conta. E’ stato presente in ogni momento e ha dato il massimo, ma queste cose accadono e, a questa altitudine, sono sempre serie. A volte non ricorda alcuni dei momenti difficili. Appena dormo, lo vedo e mi preoccupo ... Psicologicamente è molto difficile, ma resistiamo fino a quando, alle 7.40, l'elicottero appare a Campo 2 e si porta via Oscar, in un vedo non vedo, come in quei film di Hollywood. Nel giro di pochi minuti, so che Oscar è tornato alla vita. Sono presto informato che si trova in un ospedale di Kathmandu e che sta migliorando. Tutti torniamo a respirare di nuovo.

Senza pensarci, raccogliamo il nostro equipaggiamento e Pechhumbe, Nurbu Tenzen lama ed io ci dirigiamo di nuovo verso l’alto. Non soffia vento, ma fa molto freddo. A monte, l'ombra del Lhotse ci avvolge, fino a raggiungere il crepaccio carichi come muli. Con le dita intorpidite, quasi senza dormire e senza bere, iniziamo ad attrezzare la via per Campo 3. Ma le pietre cadono all'infinito dall’erosa parete ovest del Lhotse. Resistiamo, facciamo diversi tentativi, ma il vento che ora non ci danneggia, ci dice NO e notiamo che, a un'altitudine di 8000, soffia con forza. Non possiamo giocarcela così. Ci fermiamo. Ci siamo dentro e qui terremo duro, dando tutto e di più, come abbiamo fatto ieri e come faremo sempre, ma a mente fredda e con precisione. Rimarremo efficaci e, modestia a parte, strateghi abbastanza buoni, anche se ciò che è certo è che non abbiamo l'ultima parola.
Foto: Diego Martínez @DiegoMartinezPh.